Nuovi sistemi di allevamento della gallina ovaiola: cosa prevede la legislazione

 

 

Federico Sirri

 

Dipartimento di Scienze degli Alimenti, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna,

Via S. Giacomo, 9 – 40126 BOLOGNA

 

 

 

Aspetti normativi

 

Da alcuni decenni la discussione sulle condizioni di benessere degli animali oggetto di allevamento intensivo, promossa da movimenti animalisti e ambientalisti del Nord Europa, ha progressivamente coinvolto gli organi di governo dell’Unione Europea, il Comitato Scientifico Veterinario e le principali istituzioni scientifiche alle quali è stato demandato il compito di valutare ed individuare le tecniche che meglio rispettano le condizioni etologiche degli animali.

Dopo aver allegato al Trattato dell’Unione Europea il “Protocollo sul Benessere Animale” che obbliga le Istituzioni Europee a considerare pienamente tale argomento nel processo di implementazione della legislazione comunitaria, si è giunti alla emanazione di una normativa quadro, la 98/58 CE, nota anche come “Carta dei diritti degli animali” relativa alla protezione degli animali negli allevamenti. Recepita in Italia con il D.L. 146/2001, la direttiva fissa le regole di base per garantire spazi adeguati alle esigenze fisiologiche ed etologiche degli animali, il loro diritto di essere ispezionati quotidianamente e di essere curati se feriti o malati. A ciò è seguita la emanazione delle direttive 99/74/CE e 2002/4/CE entrambe recepite in Italia con il D.L. 267 del 29 luglio 2003 che, partendo dalle prescrizioni riportate nella “Carta dei diritti degli animali”, fissano rispettivamente le norme minime per la protezione delle galline ovaiole e quelle inerenti la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamento. Tale direttiva non si applica agli stabilimenti con meno di 350 ovaiole ed a quelli con galline ovaiole riproduttrici, per i quali restano comunque valide le indicazioni riportate nella 98/58CE. Con il DL 267 vengono di fatto definiti, da un punto di vista legislativo, i sistemi di allevamento come le gabbie non modificate che garantiscono alle galline di poter usufruire di una spazio superiore all’interno della gabbia rispetto a quanto autorizzato dalle precedenti disposizioni (Direttiva 88/166 CE e D.P.R. 233 del 24.05.1988), le gabbie modificate ed i sistemi alternativi alle gabbie che raggruppano diversi sistemi di allevamento come quello a terra, in aviario o all’aperto (Tabella 1).

Pertanto, a partire dal 5 ottobre 2003 con l’entrata in vigore del D.L. 267, in Italia tutte le galline allevate in gabbie non modificate dovranno disporre di almeno 550 cm2/capo di superficie. Tali attrezzature saranno inoltre messe al bando a partire dall’1 gennaio 2012 e la loro costruzione ed installazione è vietata dal 5 ottobre 2003. Le motivazioni largamente addotte contro l’impiego di tale sistema di allevamento sono legate all’elevato grado di confinamento delle galline, alla loro impossibilità di esprimere il repertorio comportamentale tipico della specie ed alla elevata incidenza di soggetti che presentano fragilità ossea. In tabella 2 sono indicati sinteticamente i punti salienti della legge che caratterizzano l’allevamento in gabbie non modificate.   

Per quanto concerne gli allevamenti costruiti dopo il 5 ottobre 2003 la direttiva introduce l’utilizzo delle gabbie modificate, da tempo studiate soprattutto in Svezia ed in Gran Bretagna, in cui l’animale usufruisce di uno spazio minimo di 750 cm2 di superficie di cui 600 cm2 costituiti da superficie utilizzabile e 150 cm2 occupati da accessori quali nido e lettiera. La gabbia deve essere dotata anche di posatoi e dispositivi per accorciare le unghie (tabella 3). E’ inoltre ammesso l’allevamento con sistemi alternativi alla gabbia che garantiscono agli animali spazi adeguati (9 galline/m2 di superficie utilizzabile) e la possibilità di usufruire degli accessori sopradescritti. Gli aspetti salienti di tali tecniche di allevamento contenuti nella legislazione vigente sono riassunti nella tabella 4.

Dalla legge si evince inoltre che è vietato qualsiasi tipo di mutilazione fatta eccezione per il debeccaggio, consentito per prevenire plumofagia e cannibalismo, a condizione che sia effettuato da personale qualificato su pulcini di età inferiore a 10 giorni di vita e sotto la responsabilità del veterinario.

Anche se ad un primo esame la legge sembra apportare al sistema produttivo cambiamenti sostanziali sia da un punto di vista economico sia in relazione agli aspetti legati alla sicurezza del prodotto va tuttavia evidenziato che la 99/74/CE è una direttiva in corso di perfezionamento. E’ infatti previsto nell’articolo 10 una revisione della stessa nel 2005 dopo che il Consiglio avrà valutato i pareri espressi da panel di esperti in relazione agli aspetti patologici, zootecnici, fisiologici, etologici, sanitari ed ambientali nonché alle implicazioni socioeconomiche conseguenti all’adozione dei differenti sistemi di allevamento.

Infine con il regolamento 1804/99 recepito dai D.D.M.M. del 4 agosto 2000 e del 29 marzo 2001 è stato definito l’allevamento con metodo biologico i cui aspetti principali sono relativi alla scelta prevalente di animali di razze rustiche ed autoctone, alimentati esclusivamente con alimenti biologici ed allevati nel pieno rispetto delle loro esigenze fisiologiche e con la possibilità di accedere a parchetti esterni inerbiti (Tabelle 5 e 6).

E’ inevitabile che l’adozione dei sistemi di allevamento sopradescritti avranno delle ripercussioni su diversi aspetti della produzione, dalle condizioni di benessere degli animali al costo ed alla qualità dell’uovo.

 

Le ripercussioni sull’animale e sul prodotto

 

Per quanto concerne l’impatto che i nuovi sistemi di allevamento hanno sugli animali, il recente rapporto del Panel Scientifico ‘Animal Health and Animal Welfare’ (2005) ha messo in evidenza che in tutte le forme di allevamento sopra descritte gli animali sono comunque soggetti o a comportamenti anomali come cannibalismo e plumofagia, osservabili principalmente in soggetti non debeccati allevati in gabbie modificate o in sistemi alternativi, oppure presentano patologie indotte dalla tecnica di allevamento conosciute anche come “tecnopatie” che si manifestano in genere con alterazioni a carico dell’apparato scheletrico (maggiore fragilità ossea). E’ stato inoltre ribadito che nei sistemi di allevamento alternativi si osserva una maggiore incidenza di parassitosi con particolare riferimento a quelle forme che colpiscono l’apparato digerente (tabella 7).

La valutazione economica di queste nuove forme di allevamento fornisce ulteriori elementi indispensabili per comprendere l’impatto della nuova normativa sul costo di produzione dell’uovo. Da una stima condotta da 3 differenti organismi, l’Unione Nazionale dell’Avicoltura (UNA), l’Agricultural Economics Research Institute (LEI) dell’Università di Wageningen, Olanda, e la Royal Society for the Prevetion of Cruelty to Animals (RSPCA) del Regno Unito è emerso che passando dalle gabbie convenzionali a quelle arricchite il costo di produzione aumenta da un minimo del 13% (LEI) ad un massimo del 26% (RSPCA), con l’allevamento a terra le differenze sono ancora più marcate, ovvero dal 21 (LEI) al 34% (UNA), e considerando l’allevamento all’aperto i costi aumentano fino al 59% per l’RSPCA e al 68% per l’UNA (Figura 1). Un altro aspetto che indirettamente si ripercuote sull’aumento del costo di produzione è costituito dalla maggior incidenza di uova di scarto,  riscontrata nelle gabbie modificate rispetto a quelle convenzionali (Figura 2). Al riguardo è tuttavia presumibile che attraverso ulteriori studi sulle caratteristiche strutturali delle nuove gabbie e sulla disposizione degli accessori all’interno delle stesse si individueranno quelle soluzioni che contribuiranno a migliorare le caratteristiche qualitative dei prodotti con particolare riferimento alla quota di uova che per la ridotta integrità del guscio non possono essere avviate al consumo diretto.

Alla luce di queste valutazioni, l’Unione Europea non sembra pronta a fronteggiare lo scenario che si sta delineando, rappresentato da una crescente importazione di prodotti da paesi extra UE in cui non vigono le medesime disposizioni di legge in materia di benessere della gallina, con adeguate misure protezionistiche che tutelino i prodotti ed i produttori europei.

Oltre agli aspetti economici anche quelli qualitativi sono da qualche tempo al vaglio della comunità scientifica con il preciso intento di verificare se le forme di allevamento definite dagli anglosassoni “welfare friendly” non modificano le caratteristiche qualitative dell’uovo e soprattutto non ne riducono la sicurezza igienico sanitaria.

Un’interessante review sulle relazioni esistenti tra la tecnica di allevamento in gabbia o con sistemi alternativi e la qualità dell’uovo ha evidenziato l’influenza delle modalità di allevamento della gallina su parametri qualitativi come il peso dell’uovo, tendenzialmente più elevato in gabbia e la carica microbica presente sul guscio, decisamente superiore nelle uova ottenute con i sistemi alternativi. Altri aspetti come spessore del guscio e qualità dell’albume non si modificano sostanzialmente in funzione del sistema di allevamento ma, come è noto, si modificano in funzione dell’età dell’animale e della dieta. Le proprietà organolettiche e le caratteristiche nutrizionali dell’uovo dipendono invece in larga misura dal regime alimentare cui gli animali sono sottoposti. Un dato interessante è quello relativo all’attività antibatterica dell’albume. Da una ricerca di Swierczewska et al. (2002), si evince che la maggior pressione microbica esercitata sulle uova prodotte nei sistemi alternativi induce la gallina ad attivare nell’uovo sistemi enzimatici ad alta attività battericida e batteriostatica (Tabella 8).

In conclusione, se da un lato l’introduzione dei nuovi e più stringenti criteri di allevamento   comporterà un aumento dei costi di produzione penalizzando di conseguenza i Paesi membri nel rapporto competitivo con gli Stati extracomunitari dall’altro non fornisce le medesime certezze in materia di benessere animale o di sicurezza alimentare come autorevolmente riportato nel documento dell’AHAW. Pertanto, a fronte di una maggiore sensibilità della Unione Europea nei confronti del benessere delle galline ovaiole,  ci si auspica che per tutelare le nostre produzioni siano almeno applicate le stesse disposizioni di legge anche ai prodotti importati dai Paesi terzi, sia nel rispetto di rigorosi standard qualitativi, sia nelle prescrizioni comunitarie in materia di benessere animale.

 

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Bibliografia

 

Animal Health and Animal Welfare (AHAW) (2005) “Opinion adopted by the AHAW Panel on the 10th and 11th November 2004”

Decreto Legislativo 29 luglio 2003, n. 267 “Attuazione delle direttive 1999/74/CE e 2002/4/CE, per la protezione delle galline ovaiole e la registrazione dei relativi stabilimenti di allevamenti” (GU n.219 del 20-9-2003)

Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 146 “Attuazione della Direttiva 98/58/CE relativa alla protezione degli animali negli allevamenti” (GU n. 95 del 24 aprile 2001)

Decreto Ministeriale del 4 agosto 2000 “Modalità di attuazione del Regolamento CE n. 1804/99 sulle produzioni animali biologiche” (GU n. 211 del 9 settembre 2000)

Decreto Ministeriale 29 marzo 2001 “Modificazione dell’allegato I del Decreto Ministeriale 4 agosto 2000 in materia di attuazione del Regolamento CEE n.1804/99 del 19 luglio 1999 sul metodo delle produzioni animali biologiche” (GU n. 182 del 7 agosto 2001)

Decreto del Presidente della Repubblica n. 233 del 24 maggio 1988 “Attuazione della Direttiva n. 86/113/CEE che stabilisce norme minime per la protezione delle galline ovaiole in batteria, ai sensi dell’art. 15 della legge n. 183 del 16 aprile 1987”

Direttiva 2002/4/CE del 30 gennaio 2002 “Registrazione degli stabilimenti di allevamento di galline ovaiole di cui alla direttica 99/74/CE” (GUCE 31 gennaio 2002 n. L 30/44)

Direttiva 1999/74/CE del 19 luglio 1999 “Norme minime per la protezione delle galline ovaiole” (GUCE 3 agosto 1999 n. L 203)

Direttiva 98/58/CE del 20 luglio 1998 “Norme per la protezione degli animali  negli allevamenti” (GUCE 8 agosto 1998, n. L 221)

Direttiva 88/166 CE del 7 marzo 1988 “Esecuzione della sentenza della Corte di Giustizia nella causa 131/86 (annullamento della direttiva 86/113/CEE del Consiglio del 25 marzo 1986 che stabilisce le norme minime per la protezione delle galline ovaiole in batteria” (GUCE 19 marzo 1988 n. L 074)

Regolamento (CE) n. 1804/99 del 19 luglio 1999 “Completa per le produzioni animali il Regolamento (CEE) n. 2092/91 relativo al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e alla indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari” (GU del 24 agosto 1999 n. L 222)

Swierczewska E., Kopec W. Noworyta-Glowacka J. (2002) “Activity of biologically active components of egg white depending on feeding and conditions of keeping the hens”  11th Europ. Poultry Conference. Bremen (Germany), 6-19 Sepember. Archiv Geflügelk., 66 ISSN 1919-2354. Stuttgart (Germany), page 135